L'On. Erminio Quartiani, eletto nelle liste dell’Ulivo, in Lombardia, presidente dell'Intergruppo parlamentare Amici della Montagna, da oltre 20 anni lavora trasversalmente in Parlamento sui temi della specificità montana.
Quelli che seguono sono alcuni quesiti che, in occasione dell’approvazione del Dpef e della recente attribuzione della delega alla montagna, abbiamo avuto l’occasione di porgli.
Onorevole Quartiani, ci vuol elencare quali sono, secondo lei, i punti più importanti che nel Dpef riguardano la montagna, il suo territorio e le sue popolazioni?
Penso che la cosa più interessante per le comunità montane e i comuni montani sia che il Dpef propone una modalità da rientro dal disavanzo praticabile da ciascuna amministrazione interessata, dentro un percorso concordato con i rappresentanti delle autonomie locali, riscrivendo pezzi importanti del patto di stabilità.
Infatti, il Dpef, prospetta la possibilità di fissare gli obiettivi in termini di saldo di bilancio medio pro capite, per classi di popolazione, sulla base di una media triennale dei saldi, fatto rilevante, e prevedendo accordi compensativi tra gruppi di enti. Ciò salvaguarda le spese per investimenti.
In specifico, per la montagna, è decisivo anche valorizzare l’intento contenuto nel Dpef di prevedere meccanismi di perequazione che consentano il finanziamento integrale delle prestazioni essenziali per tutti i governi locali. Il che lascia presagire l’attuazione di un federalismo fiscale di tipo cooperativo, capace di garantire i livelli essenziali dei servizi e di sostenere con l’autonomia tributaria l’eccedenza di spesa per il finanziamento di prestazioni addizionali a quelle essenziali.
Nelle risoluzioni approvate dalla Camera e dal Senato sul Depf è stato inserito l’impegno affidato al Governo per “adottare misure appropriate e volte ad assicurare un sostegno adeguato ai territori caratterizzati da situazioni di svantaggio naturale, quali le zone di montagna e le isole, anche finanziando adeguatamente il Fondo per la montagna”.
Questo ultimo Fondo, portato dal Governo precedente quasi ad azzerarsi, dovrà essere sufficientemente rilanciato con risorse certe che dovranno tradursi nel ravvicinato futuro in precisi impegni di stanziamento con la Legge Finanziaria.
Il riconoscimento della funzione economica della montagna potrebbe essere un punto di partenza per un rilancio della medesima e allo stesso tempo il fattore che possa legare l’interesse particolare delle popolazioni montane con gli interessi generali del Paese?
La montagna è una questione di valore nazionale.
Ha una sua particolarità, ma “di montagna” hanno l’obbligo di occuparsene tutti gli italiani, se hanno a cuore il futuro della loro terra, dell’ambiente in cui vivono e della qualità della vita.
La montagna va oltre la mera funzione economica: di montagna non si può parlare solo in termini di regole di mercato.
Occorre definire cosa deve stare nel mercato e cosa deve essere garantito alla montagna attraverso l’impegno di risorse generali e comuni.
Anche in questo senso è necessario rilanciare l’impegno per una nuova legge per la montagna che revisioni la 97 del 94’.
Entro settembre, in accordo con l’Uncem, il Gruppo Amici della Montagna del Parlamento Italiano presenterà nei due rami del Parlamento e al Governo un nuovo testo, sul quale chiedere una corsia privilegiata per arrivare a una nuova norma entro il 2007.
Intanto occorre rifinanziare il Fondo per la montagna con la prossima legge finanziaria portandolo almeno a cinquanta milioni di Euro.
La nuova legge per la montagna dovrà non solo riconoscere la funzione economica della montagna, ma contribuire a definire un nuovo concetto di montanità che, nel rispetto delle perogrative regionali e dei governi locali, dia luogo al pieno riconoscimento dei principi di autogoverno e sussidarietà, valorizzi le grandi risorse umane, ambientali, sociali e professionali della montagna italiana, progetti il sostegno della residenzialità, lo sviluppo sostenibile, la difesa del territorio e del suolo, la regolamentazione delle discipline sportive praticate in montagna, diffonda infine la cultura montana ( tutti ambiti nei quali la qualità e la dimensione dell’intervento assumono una importanza decisiva anche per la vivibilità delle aeree di pianura e urbane).
Come valuta, quindi, la delega (alla montagna) attribuita ministro Lanzillotta?
La delega al ministro Lanzillotta è in linea con quella che venne affidata precedentemente al ministro per gli Affari Regionali: si tratta solo di rendere operativa quella delega.
In questa ottica il Gruppo Amici della Montagna del Parlamento Italiano è a disposizione del Ministro competente per contribuire a progettare nuovi interventi e a realizzare quelli previsti dalle leggi per la montagna.
Credo che occorra fare di più, non accontentandosi di rendere operativa una delega dovuta ed esercitata da un solo Ministero. Si tratta di agire su diversi terreni e di coordinare l’azione dei diversi ministeri, comunque, interessati alla montagna. Perciò, soprattutto se vogliamo programmare il futuro della montagna italiana, occorre prevedere che un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio svolga un ruolo di coordinamento di tutti gli interventi, sia di programmazione sia di emergenza, volto ad intervenire sul complesso delle vicende che riguardano il mondo della montagna italiana.
Non sarebbe male prevedere che a questo Sottosegretario risponda un Commissario straordinario per la montagna. Utilizzando l’articolo 11 della legge 400/88 è possibile dar vita a questa nuova figura istituzionale, in modo tale che il Commissario possa predisporre un piano di intervento di urgenza per le zone montane alpine e appenniniche, dopo una fase di lavoro preparatorio con gli Enti Locali e le Regioni interessate.
Con un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che coordini gli interventi sulla montagna, un Ministro delegato per l’attuazione della legge per la montagna e il rapporto con le Autonomie Locali, le Comunità e gli Enti montani, con un Commissario straordinario, sarà più facile raggiungere l’obbiettivo dell’unitarietà di indirizzo della rete di governance del sistema montano, purchè se ne prefiguri la scala sufficiente ad una efficace azione di governo (per cui non va dimenticata la riscrittura del testo unico sull’ordinamento locale n. 267/2000 al fine di rivisitare il rapporto istituzionale tra comuni e comunità montane).
La montagna come puro divertimento invernale ed estivo e quella degli ambienti protetti: due facce della stessa medaglia. Come farle interagire e convivere senza che l’uno annulli l’altro?
Non ho mai concepito il turismo montano estivo o invernale come un passatempo avulso dalla realtà, ma lo sforzo soprattutto culturale e comportamentale va fatto da entrambe le parti: quella del turista e quella dell’ospitante.
Se gli uomini di pianura sono solo turisti in montagna, ma se anche i valligiani tendono ad essere troppo simili ai primi, sarà difficile far convivere in modo equilibrato crescita e benessere economico delle zone montane con la frequentazione e l’uso delle bellezze e delle opportunità che la montagna offre ai turisti, agli escursionisti, agli alpinisti e agli sciatori.
Serve una nuova cultura della montagna dove la contemplazione dei rossi tramonti estivi sulle creste o del verde dei pascoli di alta quota in tarda primavera si accompagni con un “fare” sensibile ad uno sviluppo equilibrato, che interagisca con la preservazione dell’ambiente e il suo uso razionale e limitato.
La montagna è una risorsa: per onorarla e sfruttarla senza consumarla occorre che ci sia chi la mantenga fruibile.
Non si mantiene la risorsa montagna e non la si sviluppa se non si destinano i fondi necessari affinché chi ci vive possa restarvi con dignità e con livelli di vita qualitativamente buoni: è un obiettivo che si deve porre tutto il Paese.
Le passate Olimpiadi 2006 sono state, a conti fatti, occasione di crescita o di disastri annunciati per il territorio montano?
Le ultime Olimpiadi invernali 2006 sono state un esempio di come si possano svolgere eventi di grande impatto in montagna senza comprometterne l’equilibrio e garantendo a chi vi abita una maggiore qualità delle infrastrutture per la mobilità e la comunicazione (oltre che per il turismo).
Come superare (nel caso) lo stereotipo che vede le zone adibite a parco come un qualcosa che tende ad ingessare di fatto quei territori ove lo stesso è compreso?
In Passato i parchi sono stati visti dalle popolazioni locali più come una invasione dall’esterno che scardinava le tradizioni e la quiete locale che come una risorsa.
Oggi i parchi sono visti anche come occasione di sviluppo. Ma attenti a non “idealizzare” troppo la materia: diversamente si rischierebbe di fare dei parchi una occasione solo per elites locali che sfruttano risorse pubbliche a fini privati, asserviti alla necessità di rispondere alla domanda poco selezionata della massa di turisti (spesso poco informati ed educati alla frequentazione dei parchi montani).
Anche i parchi hanno dei limiti. Non si può parchizzare tutto il territorio montano, come non si può né si deve mettere tutto il territorio montano a rendita.
Forse anche i parchi nazionali hanno bisogno di maggiore partecipazione e rappresentanza nella gestione da parte di chi abita in montagna.
Reinhold Messner e Mauro Corona incitano il Governo Italiano a riunirsi una volta in montagna: è una buona idea, ma il Governo Prodi non deve riunirsi a Cortina o a Curmayeur., deve riunirsi in uno di quei borghi che hanno bisogno di essere rilanciati e di rinascere. Sono i borghi cantati da Bepi de Marzi in “Cortesani”, la contrada dopo la quale “si va nel tempo fermo: non canta più l’amore e rimane sempre inverno. Non torna primavera, nei prati è sempre sera…”.
Lì dobbiamo aprire alla speranza per il ritorno degli uomini, del lavoro, della vita, dell’amore, della primavera che aiuta a cantare nella sera (come piacerebbe che fosse a noi, oltre che al poeta).
Su quali risorse punta la montagna per garantirsi un futuro?
Per la montagna serve più programmazione e più attenzione (all’uso e all’impiego della risorsa acqua a fini idroelettrici della risorsa ambiente a fini turistici della risorsa territorio a fini agricoli e a impieghi manifatturieri all’uso delle risorse rinnovabili di cui il territorio montano dispone, al pieno dispiegarsi delle arti delle tradizioni e delle culture locali e regionali delle vallate alpine e appenniniche etc.). Da qui deriva la capacità di sviluppo della montagna con risorse proprie. Ma servono anche tante risorse per risollevarla da una condizione nella quale è crescente il divario tra vallate e centri sviluppati e vallate e borghi abbandonati.
Partiamo dai più svantaggiati. Creiamo solidarietà e facciamo vivere il principio di sussidarietà, prima di tutto dalla pianura e le aree urbane verso la montagna, anche con risorse e destinazioni fiscali ad hoc, come per altro ho scritto nel testo di legge per la montagna che con altri colleghi ho presentato alla Camera.
Ma facciamo vivere anche la solidarietà intramontana, tra diversi livelli e di sviluppo di vita, per ridistribuire carichi e vantaggi.
Solo così la nostra azione sfuggirà all’impronta burocratica e risponderà all’esigenza di valorizzare tutte le risorse della montagna mettendole al servizio dello sviluppo del Paese e della qualità della vita dei suoi cittadini.
Grazie